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Omeopatia ieri e oggi

L’Omeopatia nella Toscana preunitaria

Continua il nostro viaggio alla scoperta delle tappe storiche che hanno segnato la nascita e lo sviluppo dell’Omeopatia in Italia.

 

Dopo aver parlato della sua diffusione nel territorio siciliano e in quello dello Stato Pontificio scopriamo qualcosa in più sulla presenza della Medicina Omeopatica nella Toscana preunitaria.

Origini dell’Omeopatia in Toscana

Fu grazie a Carlo Ludovico di Borbone, duca di Lucca, che la terapia omeopatica approdò in Toscana. Lo stesso Carlo Ludovico, infatti, aveva tratto grande beneficio dal ricorso a cure omeopatiche, quando nel 1824 a Napoli fu curato dal celebre Necker.

 

L’anno successivo Giuseppe Belluomini si stabilì a Viareggio e pubblicò il primo periodico italiano dedicato all’Omeopatia dal titolo “Archivio della Medicina Omeopatica, di fatto una traduzione in italiano dell’omonima rivista tedesca. Inoltre nel 1831 Belluomini tradusse e pubblicò, a Lucca,  la prima traduzione italiana del libro di HahnemannMetodo pronto e sicuro di curare il cholera asiatico”, che l’anno successivo fu ristampata in un’edizione aggiornata e con commento di Giuseppe Mauro.

 

Inoltre, in quegli anni, la corte borbonica ospitò tre medici omeopati di grande fama che grazie alla loro professionalità contribuirono alla diffusione di questa metodica terapeutica sul territorio. Si trattava di Necker di Melnik , che si era convinto ad abbandonare la corte napoletana, lo Schmit e un certo Attomyr, che aveva abbandonato Vienna a causa dell’avversione verso le cure omeopatiche da parte della Facoltà Medica.

La “non-apertura” del primo Ospedale Omiopatico

Il 20 ottobre 1829 l’entusiasmo del Duca per questa terapia lo portò a decretare l’apertura di un “Ospedale Omiopatico”, separato ma dipendente dalla Direzione dei Reali Ospizi e Ospedali del Ducato.

 

Il numero dei pazienti da accogliere fu limitato a 12, 6 uomini e 6 donne, dando preferenza ai pazienti meno abbienti e a quelli affetti da malattie acute.
Il personale comprendeva oltre al medico direttore, un medico assistente, due infermieri, due infermiere, un cuoco e un guardia-portone, similarmente a quanto predisposto per gli altri ospedali del Ducato.
Fu nominato direttore Antonio Schmit, mentre come suo assistente il dottor Domenico Nuccorini.

 

Nonostante il solerte impegno del Duca, a un anno dalla sua fondazione l’Ospedale ancora non era attivo e di fatto non venne mai aperto.
Allo stato delle ricerche le ragioni di ciò sono ancora sconosciute, ma probabilmente sono da attribuire alle infelici notizie giunte da Napoli; infatti, a causa della morte di un paziente, gli esperimenti in ambito ospedaliero furono sospesi.
Nonostante ciò il Duca e la sua famiglia rimasero fedeli all’Omeopatia e, dopo la partenza dalla Corte di  Schmit e Necker, chiamarono Centamori, famoso omeopata di Roma.

Consolidamento dell’Omeopatia a Firenze

Fu però a Firenze che, nei primi anni della seconda metà del XIX sec., l’Omeopatia si organizzò su solide basi.

 

Tra il 1855 e il 1856 vennero fondati tre dispensari, ovvero istituzione di pubblica assistenza per il trattamento medico gratuito:

  • quello Omeopatico Francese, sotto la guida del dottor Isidore Sollier;
  • quello Omeopatico Italiano, con a capo il dottor Paolo Morello (1809-1873);
  • quello Toscano, prima sotto la direzione del prof. Giovanni Ettore Mengozzi e poi gestito dal dottor Giorgio Caramelli.

Anche in Toscana, come in altri luoghi, lo sviluppo della terapia omeopatica fu connesso allo sviluppo delle farmacie omeopatiche.
Nel 1854 un Rescritto granducale concesse l’apertura della Farmacia Omeopatica Italiana, cui seguì  quella della Farmacia Omeopatica Centrale e quella annessa al Dispensario Francese. Purtroppo la vita di queste farmacie fu, prima dell’Unità, abbastanza difficile in quanto spesso  osteggiate dalle autorità, come testimonia l’episodio della momentanea chiusura di esse da parte dell’Autorità prefettizia nel 1857.

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L’Omeopatia a Roma e nello Stato Pontificio

La maggior diffusione dell’Omeopatia in Italia si registrò tra il 1830 e il 1860. Ma come iniziò a diffondersi? Sicuramente la sua espansione si deve all’esercito austriaco che, in quel periodo, occupava l’Italia e all’interno del quale operavano molti medici militari entusiasti della terapia imposta da Hahnemann.

 

Negli scorsi approfondimenti abbiamo analizzato le tappe fondamentali che hanno portato all’espansione di questa disciplina nel territorio siciliano, oggi invece parliamo della sua diffusione a Roma e nello Stato Pontificio.

Gli esponenti dell’Omeopatia a Roma e nello Stato Pontificio

Come era accaduto nel Regno delle Due Sicilie anche a Roma, e più in generale nello Stato Pontificio, l’Omeopatia fu introdotta dagli austriaci e più precisamente dal dottor Franz Xaver Kinzel, medico personale di uno dei principi della grande famiglia ungherese Esterházy.
Il Dottor Kinzel, infatti, acquisì un certo successo curando le febbri malariche, che da sempre affliggevano Roma, con la Nux Vomica  e non con la corteccia di China come solevano fare i medici allopatici di quell’epoca.

 

Fu però grazie a Settimio Centamori (1815-1899), genero di Luciano Bonaparte (fratello di Napoleone),che la terapia omeopatica si diffuse nella Città Eterna e in tutto lo Stato. Centamori, laureato solo in chirurgia, iniziò a praticare l’Omeopatia dal 1831 ma fu oggetto di persecuzione sia da parte della classe medica che di quella farmaceutica che lo accusò di somministrare veleni. A causa della mancanza di una laurea in medicina a Centamori venne interdetta la pratica. Per questo motivo si recò successivamente a Bologna dove completò i suoi studi e acquisì la laurea necessaria per poter praticare l’attività medica[1].

 

Tra i personaggi dell’epoca che contribuirono alla diffusione della Medicina Omeopatica è da citare anche uno dei migliori allievi di Hahnemann, il Dottor Wahle nativo di Lipsia, che nel 1833 si stabilì a Roma, raggiunto successivamente dal Dottor Braun dell’Ambasciata di Prussia.

Omeopatia e colera: l’epidemia del 1835

Il banco di prova della terapia omeopatica fu, come già avvenuto in Sicilia e a Napoli, l’epidemia di colera del 1835/37.

 

In questa circostanza Francesco Ladelci[2] (1816-1889), insieme a Padre Francesco della Spezieria dell’Ospedale dei Fatebenifratelli del’Isola Tiberina e a Innocenzo Liuzzi[3], applicò i rimedi hahnemanniani con grande successo.
Nonostante i risultati positivi ottenuti da questi medici la terapia omeopatica non ebbe esito felice nel curato della Basilica di San Pietro, Don Filippo Angelilli, che morì del morbo.
Probabilmente fu proprio questo episodio che contribuì a generare un’ondata denigratoria nei confronti degli omeopati che furono, fra l’altro, accusati  di avere defraudato i farmacisti a cui la legislazione pontificia assegnava in via esclusiva la preparazione e la vendita dei farmaci.
All’epoca, però, mancavano farmacisti sufficientemente preparati che fossero in grado di eseguire tutti i procedimenti complessi alla base dei medicinali omeopatici. Era dunque inevitabile che fossero gli stessi medici omeopati a occuparsi della preparazione dei farmaci.
Contro il ricorso presentato dal Collegio Farmaceutico, gli omeopati romani risposero che essi compravano i principi base da farmacie e drogherie regolarmente autorizzate e che il prodotto omeopatico veniva da loro fornito gratuitamente.

 

Sebbene dapprima il pontefice Gregorio XVI ( al secolo Bartolomeo Alberto Capellari, Belluno 1765-Roma 1846) interdisse agli omeopati la libera distribuzione dei farmaci, successivamente  concesse al Dottor Wahle questo diritto e lo nominò medico del Convento dei Gesuiti, assegnando nel contempo un’alta onorificenza al Centamori.

Il riconoscimento dell’Omeopatia da parte della Chiesa

Come abbiamo appena visto grazie al pontefice Gregorio XVI ci fu una prima apertura da parte della Chiesa nei confronti della Medicina Omeopatica. Il Papa però si spinse oltre: infatti attraverso una bolla accordò agli ecclesiastici l’autorizzazione a somministrare rimedi omeopatici in casi considerati urgenti, in assenza di medici o nelle località sprovviste di personale sanitario.

 

Gregorio XVI però non fu l’unico Papa a manifestare interesse per l’Omeopatia. Il suo successore Pio IX ( al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti, Senigallia 1792-Roma 1878), infatti, nominò il celebre omeopata Prof. Ettore Mengozzi alla Cattedra di Filosofia della Natura della Sapienza di Roma e dispensò di grandi onorificenze insigni omeopati, anche stranieri.

 

Nell’ultimo decennio dello Stato Pontificio l’Omeopatia ebbe un notevole sviluppo anche a seguito delle polemiche suscitate dal libro dell’importante uomo politico portoghese João Carlos de Oliveira Daun, duca de Saldanha, che dal 1856 rappresentava in qualità di ambasciatore il suo Stato presso il pontefice.
Il libro in questione, intitolato “Stato della Medicina”, fu scritto da Saldanha nel 1858 e pubblicato a Roma nel 1863. Fra sostenitori e detrattori della nuova terapia si innescò una lunghissima e aspra polemica che, se da una parte contribuì alla diffusione delle teorie di Hahnemann, dall’altra indusse gli omeopati a rinchiudersi in se stessi non offrendo più spunti per ulteriori polemiche.

 

 

 

[1] La Bolla “Quod Divina Sapientia”, che regolò gli studi universi tari nello Stato Pontificio dal 1824 al 1859 prevedeva due corsi di laurea distinti: uno in medicina, l’altro in chirurgia. Molto spesso ci si laureava prima in chirurgia, corso di soli tre anni più uno di pratica, poi in medicina, che si sviluppava su quattro anni più uno di pratica.

 

[2]  Francesco Ladelci, acquisì la laurea ad honorem in medicina. Successivamente, nel 1843, fu  chiamato a insegnare  Botanica nell’Università di Macerata. Alcuni anni dopo si trasferì alla  “ Sapienza” di Roma. Il suo interesse per l’omeopatia nacque a seguito della morte del fratello tubercolotico. Egli stesso tubercolotico, guarì a seguito di questa terapia. Purtroppo i rimedi omeopatici non giovarono a uno dei suoi protettori il principe Don Carlo Torlonia (1798-1848), la cui malattia fu da lui descritta in una delle sue numerose opere. Fra queste va ricordata “La Clinica omeopatica” pubblicata nel 1874.

 

[3] Nato a Palermo e laureatosi a Roma. Allievo del celebre omeopata Mauro, fu da questi incaricato della cura dei suoi pazienti, quando lasciò definitivamente Roma

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La Medicina Omeopatica nel 1800: la cura del colera

L’Omeopatia nasce in Italia nei primi anni del 1800 e, alla fine degli anni ’30 del secolo, inizia ad essere conosciuta e praticata grazie all’impegno e alle sperimentazioni cliniche di alcuni medici di spicco come Benedetto Mure, Giuseppe Mauro e Cosmo Maria De Horatiis.

In questo articolo approfondiremo le tappe della sua diffusione proprio a partire dal 1830 e il suo contributo nella cura del colera.

Omeopatia e colera: le prime cure

Nel 1831 fu introdotta in Italia la cura omeopatica per il colera grazie alla traduzione, a cura di Giuseppe Belluomini, del libro Metodo pronto e sicuro per curare il colera  asiatico di Samuel Hahemann. Il testo fu ristampato nel 1836  integrandolo con i Commentari del dr. Antonio Shmit e con un ulteriore contributo del dr. Giuseppe Mauro.

 

Lo studio che Shmit condusse a Vienna fu particolarmente importante perché dimostrava come l’utilizzo della terapia omeopatica potesse ridurre notevolmente la mortalità per colera. Shmit ritenne che nel primo stadio dell’affezione, definito stato spasmodico-tonico, si dovesse somministrare il rimedio Canfora, “omeopaticamente coincidente” con i sintomi di questa fase; nella seconda fase della malattia detta spasmodico-clonico, invece, ne consigliava la somministrazione alternativamente a dosi piccolissime di Veratro bianco e Rame.

La terapia sperimentata da Antonio Shmit venne riproposta con successo anche durante l’epidemia del 1836-37 da Antonio Blasi, che ne descrisse i risultati positivi nel suo articolo  Avviso al popolo ossia notizie su Trattamento Omiopatico del cholera-morbus, pubblicato nel primo volume degli Annali di medicina omeopatica per la Sicilia.

 

Il caso più emblematico riguardante l’applicazione dell’Omeopatia nella cura del colera si verificò nella cittadina di Cerda, comune vicino la città di Palermo, colpita da questa epidemia. Al diffondersi di un’epidemia,  in seguito all’abbandono del medico condotto, fu inviato nella cittadina per curare i malati il dottor Biagio Tripi, medico e Abate.
La situazione che si trovò ad affrontare era molto critica: a differenza di quello che accadeva nelle altre parti della Sicilia, in cui la durata massima della pandemia era stata di circa 50 giorni, dopo ben tre mesi dalla sua comparsa a Cerca l’epidemia non sembrava recedere, Tripi decise quindi di abbandonare le cure mediche tradizionali, da lui ritenute inadeguate, e di rivolgere la sua attenzione  ai principi omeopatici hahemanni, con cui ottenne risultati positivi.

 

Il successo ottenuto nel trattamento del colera tramite l’utilizzo di un metodo omeopatico determinò un serie di risvolti positivi. Su iniziativa di gruppo di medici palermitani, tra cui lo stesso Tripi, il 17 ottobre del 1839 fu riaperto a Palermo il dispensario inaugurato dal dr. Benedetto Mure, che attraversava in quel periodo un momento di declino.

L’anno successivo i medici che lo gestivano chiesero al Governo l’autorizzazione per fondare un’Accademia, con l’obiettivo di dare un’adeguata preparazione omeopatica a tutti i medici desiderosi di apprendere le teorie hahnemanne. Solo il 20 gennaio del 1844, in seguito a un duro contenzioso con il Collegio Medico di Palermo, gli Statuti furono approvati dal Governo e il dottor Giuseppe Mauro venne incaricato ufficialmente dell’istruzione dei nuovi medici aderenti all’Accademia.

La nascita delle prime farmacie omeopatiche

In seguito a questa prima diffusione della terapia omeopatica nel territorio italiano, nel 1845 l’Accademia Omeopatica di Palermo fu invitata a partecipare al Settimo Congresso degli Scienziati Italiani e, in questa occasione, i suoi rappresentanti chiesero, senza ottenerla, di organizzare una sottosezione dedicata solo alla Medicina Omeopatica. La Commissione promotrice del Congresso interpretò questa richiesta come “la dichiarazione di un’intenzione scismatica”, dando ad intendere che l’omeopatia fosse una scienza diversa, lontana dalla tradizione ippocratica e che pertanto non meritava alcuna discussione.

 

Questo episodio fu quindi un’occasione perduta per l’affermazione dell’Omeopatia come sistema terapeutico di pari dignità rispetto alla medicina tradizionale che si ispirava ai principi ippocratici.

I successi terapeutici ottenuti dalla Medicina Omeopatica furono comunque indubbi e si concretizzarono, tra il 1837 e il 1851, con l’apertura di ben quattro farmacie:

  • Farmacia del dottor Cappellani
  • Farmacia dell’Abate Tripi
  • Farmacia del dottor Rao
  • Farmacia del dottor Inglese a Palermo

Il riconoscimento dell’Omeopatia come terapia alternativa

Nel 1854 si verificò un nuova epidemia di “cholera morbus” e il dr. Biagio Tripi fu chiamato per la seconda volta a prestare la propria opera come medico omeopata con l’incarico di prendersi cura delle 270 orfane dell’ Albergo dei Poveri di Monreale, dove la malattia aveva colpito 20 piccole pazienti causando la morte di 11 di loro.

 

Tripi riuscì a debellare il morbo in soli dieci giorni grazie all’applicazione di una terapia omeopatica e, durante la sua direzione, si ammalarono solo altre dieci ragazze. Grazie all’esito positivo di questo suo intervento, il 31 agosto 1854 Tripi fu proclamato responsabile terapeutico dei colerosi ricoverati presso l’Ospedale Militare di Santa Cita e presso gli Ospedali Soccorsali dei quartieri militari.
In un mese di esperimenti, che terminarono il 30 settembre del 1854, Tripi riuscì a dimostrare chesu 601 malati trattati omeopaticamente soltanto 23 morirono, mentre dei902 pazienti curati con terapia allopatica ne morirono, invece, 326.
Furono queste le ragioni che portarono a prediligere l’utilizzo dell’Omeopatia a quello di altre terapie anche nella cura dei pazienti affetti da colera che facevano parte del X° Battaglione stanziato nelle campagne di Bagheria, dove il dottor Giulio Strina ottenne la guarigione di 70 malati su 70.

 

La Sicilia si distingue nella storia dell’Omeopatia non solo per l’elevato numero di medici (circa 200) che, tra il regime borbonico e il nuovo stato unitario, si dedicarono alla Medicina Omeopatica, ma anche perché furono istituite due condotte mediche omeopatiche, proprio nel territorio siciliano:

  • La prima fu fondata nel 1862 nel Comune di Montedoro e affidata, prima al dr. Michele Pappalardo e, successivamente al dr. Sebastiano Storaci
  • La seconda fu creata nel 1869 nel comune di Buonpensiere, anno che vide la fondazione di una terza condotta medica omeopatica a Bevagna, in Umbria.
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Storia dell’Omeopatia: l’arrivo in Sicilia

Continua il viaggio nella storia dell’Omeopatia: in questo articolo approfondiremo la diffusione della Medicina Omeopatica in Sicilia durante la prima metà dell’Ottocento, avvenimento che fu legato a due circostanze importanti:

  • L’arrivo delle truppe austriache in Sicilia.
  • Il contributo di alcune importati figure che in quel periodo portarono avanti sperimentazioni cliniche interessanti.

Vediamo insieme le tappe fondamentali che hanno portato all’espansione di questa disciplina nel territorio siciliano.

La diffusione dell’Omeopatia in tempo di guerra

L’avvenimento che determinò l’introduzione dell’Omeopatia in Sicilia e nel resto dell’Italia fu senza dubbio l’invasione delle truppe austriache nel nostro territorio. Tra esse c’erano molti medici omeopati che sul campo di battaglia adottarono diverse terapie e rimedi alternativi per la cura dei feriti. Fu quindi grazie ai militari austriaci che la terapia omeopatica iniziò a essere conosciuta e utilizzata. Non solo, durante l’occupazione di Palermo del 1821, i medici austriaci curarono oltre ai militari anche  un certo numero di civili.

 

Nonostante questa prima apertura anche verso la società civile, l’espansione dell’Omeopatia in Sicilia diventò più visibile solo una decina d’anni dopo grazie al contributo di un militare: il Maresciallo Carafa de’ Duchi di Noja, nominato comandante della piazza di Messina dal re Ferdinando II.

Carafa già da tempo aveva scelto la Medicina Omeopatica come metodo curativo personale e ben presto trasmise questo interesse a due noti specialisti del luogo: il dr. Baratta e il dr. Scuderi. Quest’ultimo, nel luglio 1833, fu incaricato di soccorrere gli abitanti del Comune di Mandanice: un piccolo villaggio montuoso vicino a Messina coinvolto in una grave epidemia dissenterica che aveva causato molte vittime.

 

Per 11 giorni, dal 28 luglio al 7 agosto, Scuderi ebbe l’occasione di esaminare 41 pazienti in differenti stadi della malattia. Alcuni anni più tardi egli pubblicò le statistiche di questa sperimentazione in un documento dal titolo Osservazioni pratiche sull’Omiopatia (1837) in cui dimostrò come, dopo l’applicazione della terapia omeopatica solo 3 malati morirono e, alla sua partenza dal paese, l’epidemia si poteva considerare effettivamente debellata.

Le sperimentazioni omeopatiche di Benedetto Mure

Alla diffusione della terapia omeopatica in Sicilia contribuirono anche altre importanti figure tra cui  il dr. Trianchina  e, in particolare, il dr. Benedetto Mure.

 

Benedetto Mure era un giovane lionese di origine italiana affetto da una grave tubercolosi polmonare che i medici francesi avevano inutilmente tentato di curare consigliandogli di cambiare clima. Seguendo le indicazioni dei suoi medici Mure decise quindi di trasferirsi in Sicilia ma, al suo arrivo a Messina nel 1832, ebbe una violenta emottisi che lo ridusse in fin di vita. Per salvarlo, il Maresciallo Carafa decise di utilizzare l’approccio omeopatico per la cura della patologia del giovane, somministrandogli i rimedi arnica e aconito.

La terapia funzionò e questo fatto spinse il giovane a dedicare la sua vita allo studio della terapia Omeopatica. Si iscrisse quindi alla Facoltà di Medicina di Montpellier e durante tutto il periodo universitario coltivò il suo interesse per l’Omeopatia con frequenti viaggi a Napoli, città che in quegli anni aveva visto il progredire di molte sperimentazioni omeopatiche.

 

Mure conseguì la laurea in Medicina nel 1837 e subito dopo si stabilì alla Valletta, ritenendo l’isola di Malta un eccellente banco di prova per la diffusione dell’Omeopatia grazie alla sua strategica posizione al centro del Mediterraneo. L’epidemia di colera che colpì quello stesso anno la città di Palermo rappresentò l’evento decisivo che lo spinse a incrementare i suoi sforzi: egli maturò l’idea che l’Omeopatia avrebbe potuto essere di aiuto a fronteggiare l’enorme mortalità determinata dall’infezione.
Come prima azione decise di aprire un piccolo dispensario che ampliò nel tempo attrezzandolo con apparecchiature capaci di fornire i principi attivi necessari ai rimedi, rendendosi quindi indipendente dall’importazione estera. In particolare, egli mise a punto una macchina per la triturazione e un apparecchio per la successione dei rimedi.

 

Alla fine del 1838, con uno spirito commerciale innovativo, ideò una campagna pubblicitaria con l’affissione in tutta Palermo di manifesti che reclamizzavano l’apertura del nuovo dispensario. Per favorire ancora di più la diffusione dell’Omeopatia in tutta la Sicilia inviò a tutti i medici della città una collezione di “Policrestici Omeopatici” a cui allegò le istruzioni per il famoso Manuale della Materia Medica Omiopatica di G.H.G Jahr.

 

Il successo fu così grande che, quando lasciò la Sicilia nel 1839, credette di aver convertito alla sua causa l’intera classe medica siciliana. Dopo l’esperienza in Sicilia, Mure introdusse e diffuse i principi dell’Omeopatia in altri paesi, tra cui Brasile, Egitto e Sudan.