L’Omeopatia fu introdotta, a partire dalla metà degli anni trenta del XIX secolo, a Nizza, allora sotto il Regno di Sardegna, e in Provenza ad opera di un allievo di Hahnemann, il dottor Luther. Approfondiamo meglio in questo articoli quali sono stati i momenti più importanti che ne hanno segnato la diffusione.
L’esordio dell’Omeopatia nel Regno di Sardegna
Mentre in Francia l’Omeopatia si diffuse abbastanza rapidamente, lo stesso non si verificò nel territorio italiano. Nonostante Luther riuscisse a debellare un’epidemia di febbri malariche attraverso l’impiego di alcuni rimedi omeopatici come Nux vomica, Pulsatilla, China e Zolfo, il Collegio Medico nizzardo gli proibì l’esercizio della professione, concedendogli di curare solo pazienti francesi o stranieri ma non italiani. In questa esperienza fu affiancato da Emile Clément, medico dell’Armata francese, che rimase a Nizza, anche dopo la sua partenza.
A Torino, la capitale del Regno, l’Omeopatia fu introdotta dal medico piemontese Vincenzo Chiò (1797-1846)[1]. Dopo un primo successo con le cure omeopatiche in un’epidemia di colera a Cuneo, Chiò a Torino ebbe la fortuna di ereditare la clientela di Xavier Tessier[2].
Moltissimi medici non solo a Torino, ma in tutto il Piemonte, nel decennio 1830-1840, si fecero promotori dei nuovi indirizzi terapeutici omeopatici: fra i tanti si ricordano Maurizio Poeti[3] e Michele Bertolini.
Gerolamo Botto, professore di Clinica medica e Nosologia pratica nella Facoltà Medica, con la pubblicazione “Della medicina con gli specifici” (1839), diffuse i principi omeopatici in tutta la Liguria. Successivamente un forte movimento a favore dell’Omeopatia vide impegnati i medici Pietro Gatti[4], Luigi Coddé e Benedetto Mure, quest’ultimo protagonista della diffusione dell’Omeopatia nel Regno delle Due Sicilie.
I primi provvedimenti legislativi per la regolamentazione dei farmaci omeopatici
Il 9 febbraio 1839 rappresenta una data importante nella storia dell’Omeopatia italiana ed europea in quanto, sotto il regno di Carlo Alberto di Savoia, il Regno di Sardegna emanò per la prima volta provvedimenti legislativi per regolare la vendita di farmaci omeopatici.
Il Decreto Reale concesse al farmacista Domenico Blengini la possibilità di aprire una farmacia omeopatica a Torino e vietò ai medici di fornire direttamente ai loro pazienti medicinali omeopatici.
Nonostante questi provvedimenti, furono diverse le polemiche tra i medici torinesi.
Una delle più celebri diatribe vide come protagonisti il professor Michele Griffa della Facoltà medica di Torino, e Maurizio Poeti.
Griffa, prima a un Congresso a Lione (1841) e poi in uno Lucca (1842), sferrò un furioso attacco contro l’Omeopatia che poi condensò in un libello dal titolo “L’omiopatia smascherata”.
Poeti gli rispose con un opuscolo suscitando, ancor più, le ira di Griffa che pubblicò una seconda memoria scritta.
Dal piano scientifico e culturale le polemiche scesero a quello di pettegolezzo. Fu diffusa infatti la notizia che la consorte dello stesso Griffa, gravemente ammalata e dichiarata incurabile per una forma di ascite non meglio specificata, fosse stata curata da alcuni medici omeopatici che riuscirono a riportarla in buona salute. Anche successivamente, verso la fine degli anni ‘50 dell’Ottocento, si accesero aspre polemiche contro le dottrine omeopatiche, che portarono alla ristampa di tutte le opere di Hahnemann.
La nascita delle Associazioni Omeopatiche e degli ospedali
La difesa della nuova terapia avvenne, anche, tramite la costituzione di associazioni. L’Associazione Omeopatica di Torino, fondata nel 1849 dal medico Ignazio Porta Bava, si prefiggeva di “dare sollievo ai poveri mediante la consultazione e la cura medica e la distribuzione gratis dei medicinali; nonché la pubblica dissertazione mediante la quale si riordini ogni ramo della scienza medicasecondo il principio dei simili”.
Dieci anni dopo venne istituita, sempre a Torino, una Società di Omeopati Laici con lo scopo di organizzare un “Istituto Beneficiale con insegnamento e Casa di Salute Omeopatica”. Purtroppo, però, la Società non fu mai avviata realmente.
Probabilmente questo tentativo deve essere inquadrato nelle forme di filantropia massonica che, a Torino, portarono alla costituzione dei cosidetti “Asili notturni”, tutt’ora un fiore all’occhiello per la città.
A Torino sorsero anche ospedali, o sezioni all’interno di nosocomi già esistenti, dove le cui cure si rifacevano i principi hahnemaniani.
Così all’interno dell’Infermeria delle Orsoline e Genoveffe della Piccola Casa, primitivo nucleo di quello che fu l’Ospedale dedicato a Giuseppe Cottolengo, venne istituito un reparto di Medicina Omeopatica. Qui, nel 1842, vennero curate ben 80 fanciulle affette da tifo petecchiale. Le statistiche di allora riportano la totale guarigione delle piccole pazienti, contro una mortalità del 50% dei pazienti trattati con i farmaci allopatici.
Allo stesso modo la marchesa Giulia Feletti di Barolo, che fondò nel 1854 un Ospedale per fanciulle d’età inferiore ai 12 anni, volle che una sezione fosse dedicata esclusivamente alle cure omeopatiche.
Anche a Nizza nell’Ospizio della Provvidenza il direttore e fondatore il Canonico Di Cessole introdusse l’Omeopatia riducendo notevolmente la mortalità, in particolar modo quella legata alla tubercolosi.
Sempre a Nizza fu inaugurata, nel 1857, una Casa della Salute, dapprima con soli sei posti, poi dodici e infine venti. Purtroppo con l’annessione della Città alla Francia nel 1860, l’Ospedale fu chiuso.
Infine a Genova, nel 1845, fu fondato un Dispensario dotato di attrezzature all’avanguardia per quell’epoca come gli apparecchi triplo elettro-galvanici di Rebold “per la più rapida e più utile trasfusione dei rimedi omeopatici nell’organismo”, che nel 1857 si trasformò in un vero e proprio Istituto per l’insegnamento dei principi omeopatici.
[1] Nato a Crescentino (provincia di Vercelli) nell’aprile 1797, studiò medicina a Torino sotto eccellenti maestri. Dopo aver esercitato la professione nel suo paese natio, nel 1835 si recò a Parigi, per circa otto mesi, per approfondire gli studi omeopatici. Pare che il desiderio di approfondire questa materia fosse sorto in lui sin da giovane, quando, colpito da tubercolosi, a nulla erano contate le cure allopatiche. Solo con l’omeopatia aveva riacquisito la salute. Dal 1838 si stabilì a Torino.
[2] Pietro Tessier fu chiamato dalla Francia a Torino dal conte Ruggero Gabaleone di Salmour (1806-1878), nato in Francia da un’ importante famiglia piemontese. Il Conte di Salmour diventò uno dei più intimi amici di Cavour. La guarigione del conte e di altri importanti personaggi di corte, gli procurò un favore da parte del Re: l’aggregazione al Collegio di Medicina della Facoltà torinese senza sostenere alcun esame. Questo gli procurò la forte inimicizia della classe medica torinese, che lo costrinse ad abbandonare la città.
[3] Scese in violenta polemica con Giovanni Rajberti (1805-1861), quando questi lo attaccò, una prima volta, nell’operetta “Il volgo e la medicina: discorso popolare” (1840) e una seconda volta nell “Appendice all’opusolo il Volgo e la medicina”(1841). Alcuni anni dopo sempre a difesa dell’omeopatia, Poeti scese in guerra, anche, contro Angelo Brofferio (1802-1866) sul giornal torinese “Il Pirata”. Brofferio lo querelò e vinse la causa. Successivamente Brofferio attaccò, nel 1848, Poeti sul “Messaggero Torinese” .
[4] Secondo testimonianze coeve, studiò omeopatia a Londra e a Parigi. Fu il fondatore dell’Istituto Hahnemanniano, aperto a Genova nel 1854. Come ricordato nel suo dispensario a Sanpierdarena, aperto per l’epidemia di colera del 1855, su 868 colerosi ricoverati 794 guarirono e solo 74 morirono.
