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Omeopatia ieri e oggi

L’Omeopatia nel Regno di Sardegna prima dell’Unità d’Italia

L’Omeopatia fu introdotta, a partire dalla metà degli anni trenta del XIX secolo, a Nizza, allora sotto il Regno di Sardegna, e in Provenza ad opera di un allievo di Hahnemann, il dottor Luther. Approfondiamo meglio in questo articoli quali sono stati i momenti più importanti che ne hanno segnato la diffusione.

L’esordio dell’Omeopatia nel Regno di Sardegna

Mentre in Francia l’Omeopatia si diffuse abbastanza rapidamente, lo stesso non si verificò nel  territorio italiano. Nonostante Luther riuscisse a debellare un’epidemia di febbri malariche attraverso l’impiego di alcuni rimedi omeopatici come Nux vomica, Pulsatilla, China e Zolfo, il Collegio Medico nizzardo gli proibì l’esercizio della professione, concedendogli di curare solo pazienti francesi o stranieri ma non italiani. In questa esperienza fu affiancato da Emile Clément, medico dell’Armata francese, che rimase a Nizza, anche dopo la sua partenza.

 

A Torino, la capitale del Regno, l’Omeopatia fu introdotta dal medico piemontese Vincenzo Chiò (1797-1846)[1].  Dopo un primo successo con le cure omeopatiche in un’epidemia di colera a Cuneo, Chiò a Torino ebbe la fortuna di ereditare la clientela di Xavier Tessier[2].
Moltissimi medici non solo a Torino, ma in tutto il Piemonte, nel decennio 1830-1840, si fecero promotori dei nuovi indirizzi terapeutici omeopatici: fra i tanti si ricordano Maurizio Poeti[3] e Michele Bertolini.

 

Gerolamo Botto, professore di Clinica medica e Nosologia pratica nella Facoltà Medica, con la pubblicazione “Della medicina con gli specifici” (1839), diffuse i principi omeopatici in tutta la Liguria. Successivamente un forte movimento a favore dell’Omeopatia vide impegnati i medici Pietro Gatti[4], Luigi Coddé e Benedetto Mure, quest’ultimo protagonista della diffusione dell’Omeopatia nel Regno delle Due Sicilie.

I primi provvedimenti legislativi per la regolamentazione dei farmaci omeopatici

Il 9 febbraio 1839 rappresenta una data importante nella storia dell’Omeopatia italiana ed europea in quanto, sotto il regno di Carlo Alberto di Savoia, il Regno di Sardegna emanò per la prima volta provvedimenti legislativi per regolare la vendita di farmaci omeopatici.
Il Decreto Reale concesse al farmacista Domenico Blengini la possibilità di aprire una farmacia omeopatica a Torino e vietò ai medici di fornire direttamente ai loro pazienti medicinali omeopatici.

 

Nonostante questi provvedimenti, furono diverse le polemiche tra i medici torinesi.
Una delle più celebri diatribe vide come protagonisti il professor Michele Griffa della Facoltà medica di Torino, e Maurizio Poeti.
Griffa, prima a un Congresso a Lione (1841) e poi in uno Lucca (1842), sferrò un furioso attacco contro l’Omeopatia che poi condensò in un libello dal titolo “L’omiopatia smascherata”.
Poeti gli rispose con un opuscolo suscitando, ancor più, le ira di Griffa che pubblicò una seconda memoria scritta.
Dal piano scientifico e culturale le polemiche scesero a quello di pettegolezzo. Fu diffusa infatti la notizia che la consorte dello stesso Griffa, gravemente ammalata e dichiarata incurabile per una forma di ascite non meglio specificata, fosse stata curata da alcuni medici omeopatici che riuscirono a riportarla in buona salute. Anche successivamente, verso la fine degli anni ‘50 dell’Ottocento, si accesero aspre polemiche contro le dottrine omeopatiche, che portarono alla ristampa di tutte le opere di Hahnemann.

La nascita delle Associazioni Omeopatiche e degli ospedali

La difesa della nuova terapia avvenne, anche, tramite la costituzione di associazioni. L’Associazione Omeopatica di Torino, fondata nel 1849 dal medico Ignazio Porta Bava, si prefiggeva di “dare sollievo ai poveri mediante la consultazione e la cura medica e la distribuzione gratis dei medicinali; nonché la pubblica dissertazione mediante la quale si riordini ogni ramo della scienza medicasecondo il principio dei simili”.

 

Dieci anni dopo venne istituita, sempre a Torino, una Società di Omeopati Laici con lo scopo di organizzare un “Istituto Beneficiale con insegnamento e Casa di Salute Omeopatica”. Purtroppo, però, la Società non fu mai avviata realmente.
Probabilmente questo tentativo deve essere inquadrato nelle forme di filantropia massonica che, a Torino, portarono alla costituzione dei cosidetti “Asili notturni”, tutt’ora un fiore all’occhiello per la città.

 

A Torino sorsero anche ospedali, o sezioni all’interno di nosocomi già esistenti, dove le cui cure si rifacevano i principi hahnemaniani.
Così all’interno dell’Infermeria delle Orsoline e Genoveffe della Piccola Casa, primitivo nucleo di quello che fu l’Ospedale dedicato a Giuseppe Cottolengo, venne istituito un reparto di Medicina Omeopatica. Qui, nel 1842, vennero curate ben 80 fanciulle affette da tifo petecchiale. Le statistiche di allora riportano la totale guarigione delle piccole pazienti, contro una mortalità del 50% dei pazienti trattati con i farmaci allopatici.

 

Allo stesso modo la marchesa Giulia Feletti di Barolo, che fondò nel 1854 un Ospedale per fanciulle d’età inferiore ai 12 anni, volle che una sezione fosse dedicata esclusivamente alle cure omeopatiche.
Anche a Nizza nell’Ospizio della Provvidenza il direttore e fondatore il Canonico Di Cessole introdusse l’Omeopatia riducendo notevolmente la mortalità, in particolar modo quella legata alla tubercolosi.
Sempre a Nizza fu inaugurata, nel 1857, una Casa della Salute, dapprima con soli sei posti, poi dodici e infine venti. Purtroppo con l’annessione della Città alla Francia nel 1860, l’Ospedale fu chiuso.
Infine a Genova, nel 1845, fu fondato un Dispensario dotato di attrezzature all’avanguardia per quell’epoca come gli apparecchi triplo elettro-galvanici di Rebold “per la più rapida e più utile trasfusione dei rimedi omeopatici nell’organismo”, che nel 1857 si trasformò in un vero e proprio Istituto per l’insegnamento dei principi omeopatici.

 

 

[1] Nato a Crescentino (provincia di Vercelli)  nell’aprile 1797, studiò medicina a Torino sotto eccellenti maestri. Dopo aver esercitato la professione nel suo paese natio, nel 1835 si recò a Parigi, per circa otto mesi, per approfondire gli studi omeopatici.  Pare che il desiderio di approfondire questa materia fosse sorto in lui sin da giovane, quando, colpito da tubercolosi, a nulla erano contate le cure allopatiche. Solo con l’omeopatia aveva riacquisito la salute. Dal 1838 si stabilì a Torino.

 

[2] Pietro Tessier fu chiamato dalla Francia a Torino dal conte Ruggero Gabaleone di Salmour (1806-1878), nato in Francia da un’ importante famiglia piemontese. Il Conte di Salmour diventò uno dei più intimi amici di Cavour. La guarigione del conte e di altri importanti personaggi di corte, gli procurò un favore da parte del Re: l’aggregazione al Collegio di Medicina della Facoltà torinese senza sostenere alcun esame. Questo gli procurò la forte inimicizia della classe medica torinese, che lo costrinse ad abbandonare la città.

 

[3] Scese in violenta polemica con Giovanni Rajberti (1805-1861), quando questi lo attaccò, una prima volta, nell’operetta  “Il volgo e la medicina: discorso popolare” (1840) e una seconda  volta nell “Appendice all’opusolo il Volgo e la medicina”(1841). Alcuni anni dopo sempre a difesa dell’omeopatia, Poeti scese in guerra, anche, contro Angelo Brofferio (1802-1866) sul giornal torinese “Il Pirata”. Brofferio lo querelò e vinse la causa. Successivamente Brofferio attaccò, nel 1848,  Poeti sul “Messaggero Torinese” .

 

[4] Secondo testimonianze coeve, studiò omeopatia a Londra e a Parigi. Fu il fondatore dell’Istituto Hahnemanniano, aperto a Genova nel 1854. Come ricordato nel suo dispensario a Sanpierdarena, aperto per l’epidemia di colera del 1855, su 868 colerosi ricoverati 794 guarirono e solo 74 morirono.

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L’Omeopatia nel Regno Lombardo Veneto: la Società Hahnemanniana italiana

Continua il nostro viaggio storico nel Regno Lombardo Veneto dove, nonostante il difficile esordio dell’Omeopatia, furono molti i medici e gli studiosi che si avvicinarono a questa metodica terapeutica.

L’impegno filantropico di Gherardo Freschi e la nascita della Società Hahnemanniana italiana

A Padova l’Omeopatia fu introdotta dal già ricordato prof. Lamprecht,  quando fu incaricato dell’insegnamento di Ostetricia e Ginecologia, e dal direttore dell’Ospedale Militare il dottor Sonneberg.

 

Accanto a loro nell’opera di divulgazione delle teorie di Hanhemann va ricordato il  conte Gherardo Freschi (1804-1893)[1], che in esilio a Parigi dopo l’avventura risorgimentale del 1848/49, conobbe Jules-Benoît Mure. Mure era uno studioso che interpretava l’Omeopatia  in una chiave populistico-radicaleggiante come strumento progressista alla portata di tutti e in grado di liberare le masse dei miserabili dalle devastazioni fisiche e morali delle malattie.
Affascinato da questa personalità, Freschi, decise di diplomarsi presso l’Università Omeopatica di Rio de Janeiro e seguì i coniugi Mure nel loro viaggio in Egitto dove rimase sino al 1853, fondando dispensari omeopatici al Cairo e ad Alessandria. Dall’Egitto Freschi rientrò a Parigi con Rosina Mure (che resterà compagna della sua vita sino alla morte di lei nel 1888) continuando a dedicarsi con fervore all’Omeopatia e pubblicando una riedizione da lui stesso ampliata de Le médicin du peuple di Mure (Paris 1853).
Freschi  non abbandonò mai la passione per l’Omeopatia, mantenendo rapporti di corrispondenza con tutta Europa e venendo nominato vicepresidente dell’Accademia Omeopatica di Torino.
Rientrato dall’esilio nel suo paese di elezione, Ramuscello ( frazione del comune di Sesto al Reghena, in provincia di Pordenone), riuscì a realizzare  le sue aspirazioni filantropiche. Stimolato dallo zelo di Rosina Mure decise di aprire un dispensario omeopatico gratuito, dove in oltre trent’anni di attività vennero curati migliaia di malati poveri del contado.
Freschi fu, inoltre, tra i più assidui collaboratori della Rivista omiopatica, fondata nel 1855 da G. Pompili, curando in particolare la traduzione di testi e articoli apparsi negli USA.

 

Nel 1882 partecipò, assieme a un ristretto gruppo di medici e di protettori aristocratici (tra i quali l’ex duca di Parma) alla costituzione della Società Hahnemanniana italiana, in una fase in cui l’interesse per l’Omeopatia in Italia si era molto ridotto.

Sviluppi dell’Omeopatia in Veneto e nel Friuli

Accanto a Freschi contribuirono alla diffusione dell’Omeopatia in Veneto e nel Friuli anche Filippo Pavan e Giovanni Urbanetti[2].
Pavan, medico condotto di Monastier, nel 1849, preferì rinunciare alla condotta, piuttosto che astenersi dal somministrare farmaci omeopatici.
Giovanni Urbanetti[3], invece, colpito nel 1850 dal successo delle cure praticate da Sterz di Trieste, invogliò il giovane medico Benedetto Scaramuzza di Grado ad intraprendere gli studi omeopatici.  Trasferitosi a Verona, l’anno successivo, Scaramuzza iniziò a collaborare con Giulio Gaiter, primario oculista e omeopata. Il reparto, durante la battaglia di Solferino, fu ampliato arrivando a ospitare 60 pazienti. Tutti furono sottoposti a cure omeopatiche e i risultati furono molto positivi dato che non si registrò alcuna perdita.

 

Gaiter, nel 1860, sospettato dalla polizia austriaca dovette abbandonare Verona per rifugiarsi a Genova, dove sino al 1901 data della sua morte, praticò con grande successo l’Omeopatia. Nel frattempo a Verona aprirono anche due farmacie omeopatiche .
Dopo la partenza di Gaiter, Scaramuzza rimase a Verona, continuando a praticare l’Omeopatia. Purtroppo dopo la  morte di una sua paziente, una nobildonna della aristocrazia veronese, fu accusato dalle Autorità locali di “crassa ignoranza” e di “trufferia plateale”.
Scaramuzza decise di fare ricorso contro l’ingiunzione alla I.R. Luogotenenza di Venezia che riconobbe il giusto agire del medico. Scaramuzza in una sua pubblicazione dichiarò: “a Venezia nelle altre sfere dell’allopatia, la mia causa non solo trovò giustizia, ma patrocinio”.

 

 

[1] Freschi deve essere ricordato, anche, come eccellente agronomo e zootenico. Purtroppo il ricchissimo archivio di Freschi, andò  disperso durante la prima guerra mondiale

 

[2] Giovanni Urbanetti (?-1895), dopo aver esercitato l’omeopatia in vari paesi del Friuli,  fu chiamato a sostituire il “Fisico Distrettuale” di Aquileia ( una figura, nella legislazione dell’Imperial Regio Governo, che  era similare a quella del medico condotto negli altri Stati Italiani) durante l’epidemia di colera del 1855. Qui rimase per dieci anni,, sino a quando non fu destituito per motivi politici.  Nel 1867 si stabilì a Venezia e nel 1885 fu chiamato a dirigere il Dispensario gratuito per i poveri dell’Istituto Omeopatico. La sua perfetta conoscenza del tedesco lo indusse a tradurre il Leherbuche der Homöopathie di Grauvogl, purtroppo mai edito. Lasciò un operetta Dose omeopatica, in cui riuniì in 55 pagine  gli argomenti più disparati.

 

[3] Giovanni Urbanetti (?-1895), dopo aver esercitato l’omeopatia in vari paesi del Friuli,  fu chiamato a sostituire il “Fisico Distrettuale” di Aquileia ( una figura, nella legislazione dell’Imperial Regio Governo, che  era similare a quella del medico condotto negli altri Stati Italiani) durante l’epidemia di colera del 1855. Qui rimase per dieci anni,, sino a quando non fu destituito per motivi politici.  Nel 1867 si stabilì a Venezia e nel 1885 fu chiamato a dirigere il Dispensario gratuito per i poveri dell’Istituto Omeopatico. La sua perfetta conoscenza del tedesco lo indusse a tradurre il Leherbuche der Homöopathie di Grauvogl, purtroppo mai edito. Lasciò un operetta Dose omeopatica, in cui riuniì in 55 pagine  gli argomenti più disparati.

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L’Omeopatia nel Regno Lombardo Veneto: il difficile esordio

Come si è visto nel precedente approfondimento dedicato al Regno Lombardo Veneto, nonostante i successi ottenuti con la malattia di Radetzky gli esordi dell’Omeopatia in questo Stato furono alquanto difficili a causa delle polemiche insorte fra i medici che erano favorevoli a questa terapia e chi la osteggiava.

 

Scopriamo quali furono gli eventi che segnarono il difficile esordio dell’Omeopatia nel Regno Lombardo Veneto.

Il dibattito tra i celebri medici Luigi Coddé e Giacomo Tommasini

Come si è appena detto la diffusione dell’Omeopatia all’interno del Regno Lombardo Veneto fu inizialmente osteggiata da molti medici. Una delle più famose diatribe sull’argomento insorse, nel 1841, fra il dottor Luigi Coddé[1] di Mantova e il celebre prof. Giacomo Tommasini[2].

 

Tommasini in quell’anno ripubblicò, a Parma, un suo scritto del 1826 nel quale esprimeva un giudizio totalmente negativo nei confronti della Medicina Omeopatica. Nel 1826, quando pubblicò il testo per la prima volta, Tommasini visitò Napoli dove incontrò i più celebri medici omeopati. Nonostante questo incontro, il suo giudizio negativo nei confronti dei principi terapeutici proposti da Hahemann rimase immutato.
Coddé in risposta pubblicò, sulla Gazzetta di Mantova del 21 agosto 1841, un articolo nel quale, oltre a ribadire la serietà della terapia omeopatica, invitata Tommasini  a permettergli di fare un esperimento pubblico nella struttura ospedaliera da lui diretta a Parma.
Tommasini, come previsto, negò il permesso con una risposta diplomatica nel contenuto ma ferma e decisa.

 

La polemica tra i due medici proseguì negli anni: Coddé pubblicò nel 1844 il “Rendiconto Annuale di Medico Esercizio nelle due Parrocchie di S. Barbara di Ognissanti in Mantova dagli anni 1839 al 1843”, dimostrando – con un sunto edito sul Giornale di Medicina Omeopatica – come su totale di 1.679 pazienti vi fossero solo 57 morti, con una proporzione fra morti e 100 curati del 3,53%. Nonostante questo non ricevette mai alcuna risposta dal Tommasini.

Tra polemiche e dibattiti, le prime concessioni all’Omeopatia

Le polemiche si riaccesero quando, sempre nel 1844, Giuseppe Ferrario[3] pubblicò sulla Gazzetta privilegiata di Milano una statistica nella quale dimostrava come fosse assai elevata la mortalità nella Clinica Omiopatica di Lipsia, sostenendo dunque l’inutilità della terapia omeopatica.

 

A questo articolo rispose, con lo pseudonimo di “Nina Savignoni”, il celebre omeopata Giovanni Dansi[4] che fece notare come le statistiche di Ferrario si riferissero a un solo ospedale, quello di Lipsia, dove solitamente venivano ricoverati pazienti in condizioni disparate. Secondo Dansi, Ferrario non aveva tenuto in considerazione gli innumerevoli ospedali esistenti in Europa, tra i quali quelli Budapest, Vienna, Linz, Monaco e Londra dove si erano registrati risultati più che positivi.
A sostegno di quanto sostenuto da Dansi, Rudolf Lamprecht[5] affermò che su 102 puerpere ricoverate presso la Clinica Ostetrica di Padova e trattate omeopaticamente non registrò alcuna perdita.

 

Nonostante questi episodi i tempi iniziavano a essere maturi per una più concreta diffusione e accettazione, da parte della classe medica, dei principi alla base dell’Omeopatia. Questo iniziale cambio di rotta fu evidente dalla decisione presa dall’Imperial Regio Governo di concedere ai Medici Omeopati di fondare una propria Società.
Nonostante questo però – a causa della carenza di regolamenti sugli obblighi e i doveri dei farmacisti nella preparazione dei farmaci – furono molti coloro che si improvvisarono farmacisti omeopatici.
Tale situazione fu all’origine della protesta, nel 1859, del celebre prof. Giovanni Mengozzi[6] contro il malcostume dei farmacisti milanesi di allocare i rimedi omeopatici assieme a quelli allopatici.

 

 

 

[1] Di lui poco o nulla sappiamo. Probabilmente di origine torinese, esercitò in Mantova. Nel 1854 fu direttore del Dispensario di  San Pier d’Arena (l’odierna Sampierdarena), in provincia di Genova.

 

[2] Giacomo Tommasini (1768-1846) si laureò a Parma nel 1786. Nel 1794 fu nominato professore di fisiologia e patologia. Nel 1815, a seguito di concorso, ebbe l’insegnamento della Clinica Medica nell’Università di Bologna. Vitalista convinto, fu seguace delle dottrine dello scozzese Brown,  che perfezionò nel saggio “Nuova Dottrina Medica Italiana” (1817), introducendo accanto al concetto di eccitabilità quello di controstimolo nella genesi delle malattie. Per questo fu attaccato duramente da Maurizio Bufalini (1787-1875).  Lasciò l’Università di Bologna nel 1829 amareggiato dalle accuse di aver sobillato gli studenti contro il Governo Pontificio. Rientrato a Parma, riprese i vecchi insegnamenti di fisiologia e patologia, divenendo uno dei più quotati medici del Ducato, nonché archiatra personale di Maria Luigia, arciduchessa d’Austria e  reggente lo Stato Parmense.

 

[3] Giuseppe Ferrario (1802-1870) si laureò a Pavia in medicina e chirurgia nel 1825. Fu chirurgo dell’ospedale Maggiore, vice-chirurgo dell’Istituto S. Corona, medico chirurgo dell’Accademia dei filodrammatici di Milano. Deve essere ricordato soprattutto per i suoi importanti studi di statistica sanitaria, fondamentali per lo sviluppo moderno di questa disciplina.

 

[4] Giovanni Dansi (1804-1860) si laureò a Pavia, dove fu assistente alla Cattedra di Mineralogia e Zoologia. Nel 1832 fu imprigionato per questioni politiche e trascorse ben cinque anni nel carcere  di Lubiana. Durante la prigionia apprese i fondamenti della omeopatia, grazie a un sacerdote, appassionato cultore, che gli forniva i testi sull’argomento. Riacquisita la libertà, ritornò a Milano e praticò la professione con grande successo. Fu, sempre, un fervente sostenitore dell’idee di Hahemann. Negli ultimi tempi della sua vita si dedicò a studi sul magnetismo animale.

 

[5] Rudolf Lamprecht (1781-1860), si diplomò nel 1808, nella Scuola Medica di Vienna, in  “magister chirurgiae” e in”magister artis obstetriciae”. Dal 1811 al 1814 lavorò nell’ospedale di Zagabria come “chirurgo e capo medico”. Nel 1815 divenne professore nell’Imperial Scuola di Ostetricia di Trieste e nel 1818 fu nominato professore di ostetricia teorica e pratica nell’Università di Padova, mantenendo questo incarico fino al 1858, anno del suo pensionamento. Fondò la moderna Clinica Ostetrica di Padova nel settecentesco ospedale Giustiniani, dotandola di numerosi strumenti ostetrici e creando la biblioteca ostetrica.

 

[6] Ettore Giovanni Mengozzi ebbe  la Cattedra di Filosofia di Storia della Natura da papa Pio IX nel 1849. Diresse il Dispensario Omeopatico Toscano prima e dopo l’Unità d’Italia. Alla morte della moglie, deceduta a Livorno, ove Mengozzi l’aveva mandata con la speranza che si riprendesse dalle “febbri miasmatiche”, decise  di imbalsamarne il corpo. Questo fatto istigò i suoi detrattori ad accusarlo di uxoricidio, da cui fu totalmente scagionato.

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L’Omeopatia nel Regno Lombardo-Veneto: il caso Radetzky

Nelle regioni italiane in cui dopo il Congresso di Vienna fu più forte la presenza austriaca, ovvero Lombardia e Veneto, la diffusione della terapia omeopatica fu fortemente osteggiata, rappresentando la terapia prediletta dagli “oppressori”.

 

Ci fu, però, un episodio che modificò l’atteggiamento della classe medica locale e favorì l’apertura da parte dei più scettici nei confronti dell’Omeopatia. Vediamo nel dettaglio cosa accadde.

Il caso Radetzky: la comparsa della malattia

Il protagonista di questa vicenda fu il Feldmaresciallo Joseph Franz Karl Wenzel Graf Radetzky von Radetz (1766-1858) che, colpito da “tumore” endorbitario destro inglobante buona parte del bulbo oculare, si affidò alle cure  dal suo medico di fiducia Christoph Härtung[1] (1779-1857), il quale praticava la terapia omeopatica.

 

Tutto ebbe inizio alla fine dell’ottobre 1840, mentre il Feldmaresciallo era a Modena, quando si formò sulla sua palpebra inferiore un “tumore” delle dimensioni di un fagiolo, procedente dall’angolo interno dell’occhio. Inoltre un preesistente tumore all’angolo esterno aumentò di volume causando una notevole sporgenza dell’occhio fuori dalla sua cavità, dolori intermittenti al seno frontale e violente congestioni alla testa.

 

Dopo otto giorni Radetzky rientrò a Milano dove Härtung osservò le sue condizioni, che apparvero da subito estremamente preoccupanti. Nell’orbita infatti si era formata una “spugna”[2], la cui proliferazione poteva rappresentare un grave problema per la salute del paziente.
Estinta l’infiammazione che interessava la guancia destra attraverso l’impiego di cataplasmi emollienti, Härtung si propose di contrastare la proliferazione della spugna per mantenere in vita il paziente, data la frequente minaccia di attacchi apoplettici.

Il trattamento omeopatico

Il trattamento omeopatico messo in pratica da Härtung permise a Radetzky di mantenersi in un ottimo stato generale, salvo frequenti “congestioni di testa”.

 

La proliferazione del tumore spugnoso, però, non subì alcun arresto, anzi fra il bulbo oculare e la palpebra inferiore comparve un altro tumore spugnoso, elastico, granuloso, rosso pallido, indolente. A causa di queste lesioni il bulbo non solo venne spinto fuori dall’orbita ma anche deviato rispetto al normale asse ottico: la pupilla era diretta verso l’alto e verso l’esterno e la libera mobilità del bulbo era limitata.
Ad ogni modo questi disturbi non implicarono alcuna compromissione del visus.

 

Desideroso del parere di un altro medico, Härtung ottenne che venisse chiamato a consulto il Prof. Francesco Flarer [3](1791-1859), clinico oculista all’Università di Pavia.
Al termine del consulto, svoltosi il 6 gennaio 1841, Flarer conformò la diagnosi e la prognosi di Härtung arrivando ad affermare che nessun rimedio allopatico o omeopatico potesse curare il Feldmaresciallo.

 

Ciò nonostante Härtung fece osservare l’opportunità di una prescrizione per sollevare lo spirito del paziente: fu decisa la somministrazione di un quarto di grano di sublimato di mercurio pro die, che venne poi ridotta a un terzo. Purtroppo nemmeno questa dose fu tollerata dal paziente, in quanto fonte di violentissime e minacciose congestioni alla testa che richiesero l’impiego di non meglio specificati antidoti.

 

La corte di Vienna allarmata per la situazione inviò a Milano, in aiuto a  Härtung, il dottor Friedrich Jäger von Jaxtthal[4](1784-1871) , chirurgo e professore di Clinica oculistica alla I. R. Accademia medico-chirurgica Giuseppina di Vienna, al fine di mettere in atto ogni azione possibile per salvare Radetzky.

 

Il consulto fra Jaxtthal, Flarer e Härtung risultò estremamente deludente, tanto che il Feldmaresciallo decise di affidarsi esclusivamente nelle mani di Härtung. Questi, supportato dalla totale fiducia del paziente, continuò imperterrito la terapia omeopatica fino ad ottenere ottimi risultati:

  • la cessazione di un’emorragia già iniziata;
  • la scomparsa della minaccia di degenerazione cancerosa;
  • la scomparsa completa dei dolori;
  • la riduzione del tumore superiore sopra la ghiandola lacrimale.

Successivamente il quadro migliorò ulteriormente con una restituito ad integrum dell’occhio destro, che in nulla differiva da quello sinistro. Inoltre anche il visus fu riacquisito integralmente.

Conclusione della vicenda

Dopo aver seguito il Feldmaresciallo Radetzky per l’intero calvario, Härtung lasciò ai posteri la storia clinica del suo paziente sulle colonne del periodico “Allgemeine Homöopathische Zeitung”. Nonostante questo, nelle sue relazioni, non volle mai rivelare i farmaci utilizzati[5]. Questo atteggiamento inficiò il suo lavoro ma nonostante ciò venne ugualmente omaggiato, nel 1843, di una medaglia per ricordare il suo successo.

 

Successivi studi, in assenza di un rilievo anatomopatologico sui resti di Radetzky, hanno fatto supporre che la patologia da cui fu affetto il Feldmaresciallo non fosse un tumore endorbitario ma una fistola carotido-cavernosa. Questa patologia, nonostante in una percentuale che varia dal 20 al 25% dei casi può evolvere spontaneamente verso la guarigione, ha sicuramente tratto un notevole aiuto dalla terapia omeopatica.

 

 

 

[1] Christoph Härtung, era coetaneo e compatriota di Hahnemann, essendo nato l’11 magio 1779 a Romilda nella Sassonia inferiore. Medico militare, partecipò alle campagne napoleoniche in occasione della battaglia di Lipsia, sentì nominare Hahemann, a cui il comandante in capo, il Maresciallo Principe di Schwarzenberg si era rivolto. Ritornato in Austria, fu nominato direttore dell’Ospedale Militare di Salisburgo, poi fu trasferito alla fortezza di Verona e, infine, alla piazza militare di Milano. In pensione dal 1846, continuò la libera professione vicino a Vienna sino alla morte, avvenuta nel 1853. Figli, nipoti perpetuarono gli insegnamenti del padre e del nonno, dedicandosi alla terapia omeopatica.

 

[2] La nosografia dei tumori è molto confusa nel periodo anteriore alla Cellurpathologie (1858) di R.Virchow. La «spugna» menzionata da Härtung rientra nella artificiosa specie neoplastica detta «fungo ematode», nella quale confluivano sia l’«encefaloide ematode» corrispondente a un sarcoma ricco di sangue più o meno stravasato, che era considerato un tumore ad alta malignità, sia i tumori puramente sanguigni, ossia formazioni per lo più benigne in senso oncologico.

 

[3] Francesco Flarer (1791—1859), nativo di Tirolo presso Merano, consegui nel 1815 la laurea in medicina e la laurea in chirurgia all’Università di Pavia. Dietro interessamento di Antonio Scarpa (1752—1832), oculista insigne oltre che grande anatomo e chirurgo, Flarer fu inviato a Vienna, perché si perfezionasse alla scuola di Georg Joseph Beer (1763—1821), fondatore della  locale Clinica Oculistica. Conseguito nel 1817 il diploma di maestro oculista («magister rei oculariae»), il Flarer vinse nel 1819 il concorso per la cattedra di Oculistica teorico-pratica, allora creata alla Università di Pavia.

 

[4] Friedrich Jäger si laureò in medicina a Vienna nel 1808, fu poi assistente, dal  1813, di Georg Joseph Beer (1763-1821). Anche suo figlio,  Eduard, fu oftalmologo.

 

[5] Pare che uno di questi fosse la Thuja occidentalis